Era lì, ferma, immobile. Tratteneva a stento il respiro, aveva paura a far sentire il rumore del suo fiato sotto le coperte Aveva paura d svegliarlo. Certo, se l'avesse svegliato sicuramente non sarebbe più riuscito a riprendere il sonno perduto, e poi... lei amava restare sveglia affianco a lui e sentirlo dormire, sentirlo respirare nel silenzio assoluto della notte. Ma questa volta era tanto, troppo. Si sentiva bloccata, oppressa. Non dalle sue braccia che le cingevano i fianchi e riducevano al minimo qualsiasi suo possibile movimento. Erano le preoccupazioni a farla soffocare, il sentire il suo cuore palpitare e battere all'impazzata per la paura di tutto ciò che stava accadendo intorno a lei a terrorizzarla. Come glielo avrebbe detto? Quali parole avrebbe trovato per spiegargli che ciò che avrebbe fatto di lì a poco non era frutto di una sua scelta, ma, purtroppo, una decisione dettata dalle circostanze? Sarebbe finito tutto stavolta, Lucy lo sapeva. Era piena di rabbia, doveva godere appieno quella notte con lui, forse l'ultima notte insieme di tutta la sua vita, con l'amore che tanto aveva cercato, che tanto bramava, che finalmente aveva trovato, e che ora avrebbe dovuto abbandonare per sempre. Uscì timidamente la testa da sotto le coperte e si fermò a guardarlo in tutta la sua bellezza. Forse in quegli otto mesi non l'aveva mai veramente osservato, non aveva mai fatto caso alla piccola gobbetta sul suo naso, non aveva mai visto quell'affascinante accenno di doppio mento, sempre coperto da quel filo di barba scura che a lei tanto piaceva e che tanto implorava lui di lasciarla incolta. In fondo lei amava lui per ciò che era, ma era anche davvero, davvero bello, o almeno, lo era per lei.
Si sedette sul letto, ormai aveva deciso che gli avrebbe parlato, era quello il momento giusto, il momento in cui, dopo la notizia, lui l'avrebbe cacciata via da quella casa che ormai era anche un po'sua. Ma preferiva andare via, mestamente a quell'ora, avrebbe preferito vagare per la città alle 3 di notte trascinando quella valigia che lui aveva dolcemente riposto nel ripostiglio dopo averle detto "cara, non c'è più bisogno che la tua valigia si sposti da una stanza all'altra, ormai sei qui con me, possiamo anche sbarazzarcene, tornerai il più tardi possibile a casa per prendere qualche altro vestito, vero?".
Vero, sarebbe tornata tardissimo a prendere altri vestiti, e non per riportarli in casa "loro", ma perchè lì, dove lei doveva andare, dei suoi vestiti glamour e dei suoi maledettissimi stiletti, non se ne faceva proprio nulla.
"Cris, ti prego, svegliati, ho bisogno di parlarti", disse con gli occhi velati da lacrime che attendevano giusto il momento per colare e rigarle il viso pallido.
"Tesoro, ma sono le tre, ti sembra l'ora adatta per parlare? Lo sai che domani sarà una giornata dura in ufficio".
"Ti prego, due parole e poi credo che potrai tranquillamente dormire", disse in un tono misto tra la rabbia, la frustrazione e un senso di morte e di cupo che le annebbiava il cuore.
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