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Vorrei sentire un cambiamento.. Vorrei vederlo,
vedere una svolta, un punto d'incontro, un punto di unione di tutto. Si finisce
col guardare un punto del muro bianco, con lo sguardo assorto pensando a
"sono io la ruota di scorta?". Cioé arrivi al punto in cui nulla ha
più senso, nulla. Costruisci castelli di sabbia su castelli di sabbia e
puntualmente arriva qualcuno che ci getta addosso un secchio d'acqua calda. Ti
guardi indietro e cerchi termini di paragone nel corso degli anni, ma non trovi
mai un riscontro. E ti spaventi di te stessa, di quello che eri e di quello che
sei. Inizi a porti domande su domande, se hai sbagliato o se stai sbagliando.
Purtroppo sai che é adesso che stai sbagliando, mica prima. Sbagli quando
credi, speri, quando ti svegli con il sorriso. Sbagli. Sbagli sempre. E
allora..... Forse è il caso di fare quel passo indietro, prendere coraggio e
provarci..
sabato 9 agosto 2014
- Allora, la situazione è questa. Lei vive una
vita che non le appartiene e vive in un corpo che ormai non apprezza. Troppe
sono le cicatrici, troppe le ferite che le sono state inflitte. Troppo sangue
si é sparso. Troppa paura ha avuto, ce l'ha ancora, non si placa. É difficile
provare a superare qualcosa che la terrorizza così tanto. Eppure é una vita che
vive nel limbo di una scelta cosí importante, così radicale. Vive sempre
sull'orlo delle situazioni, vivendo così, un po'nascosta, un po'in ombra. Per
non destare sospetti, per non attirare gli sguardi su di lei. Ma lei è sempre
stata nella realtá una di quelle persone che pur di attirare l'attenzione
sarebbe stata disposta a provocare qualsiasi cosa. Ora è stanca. Respira a
stento. Non fa altro che poggiare la mano sul petto e sentire quel ticchettio
così forte, ritmato, fastidioso, del suo cuore che non smette di battere
all'impazzata. Ha l'affanno, gli occhi stretti, le labbra serrate. Vorrebbe
dire tante di quelle cose, ma si reprime da una vita. Troppi consigli di
persone che le hanno sempre detto di contare fino a mille, ma sono trent'anni
che conta, sarà arrivata a cifre impronunciabili. Sono alcuni giorni che sta
imparando a controllare il suo respiro, poggia di meno la mano perché ha
imparato a sentire il cuore ed ascoltare i battiti diminuiti di intensità.
Sa che è costretta dalle circostanze a
vivere in quella gabbia, sa che non esiste chiave che possa aprire quella cella
così piccola, sa che non esistono finestre che possano far entrare un piccolo
spiraglio di luce. Ebbene sí, lei, proprio lei, ha imparato a gestire le
situazioni. Ha imparato ad accontentarsi di respirare solo in quei brevi
istanti in cui c'é il ricambio d'aria. Ha imparato a tenere le mani in tasca
quando cammina, per non stringere i pugni e far penetrare le sue unghie rosso
laccato nella carne vedendole confondersi con il rosso caldo del sangue che le
cola su per le dita ogni volta che ripensa a tutto. Per non sentire più il
dolore fisico assieme a quello intimo, interno, che giá prova ogni
maledettissimo giorno. Sa che tutto intorno a lei è cambiato e non puô
intervenire, non puó farci nulla. É impotente. Non puó cambiare ció che ha
attorno, ma puó cominciare col cambiare lei. Puó dare una svolta alla sua vita,
almeno quello. Lei deve, lei puó, lottare contro la paura che la distrugge, che
la rende impotente. Lei.. Deve ricominciare a vivere.
Lucy era una donna dalle basse pretese. Viveva la sua vita accontentandosi. Aveva racimolato qualcosa? Ecco, pur prendere qualcosa ed avere la minima soddisfazione di andare in giro per il viale con un pacchettino tutto suo, avrebbe preso qualsiasi cosa. Anche una orribile magliettina con maialini in grembiule stampati -perchè io mi accontento, alla fine il modo per indossarlo lo trovo, in fondo, chi non l'avrebbe acquistata per soli due dollari? Nel peggiore dei casi la utilizzeró nelle mie maratone serali avanti alla tv. Lei si accontentava sempre. Il quaderno dalla carta più sottile per non costringere i suoi ad acquistarle quelli dalle bellissime copertine lucide e rigide, i surrogati delle migliori marche di make up.. Non perché non potesse permettersi tutto ció che voleva ma perché "non ne vale la pena, in fondo fanno comunque il loro dovere, perché impegnarmi a prendere qualcosa di specifico quando allo stesso prezzo riesco a comprarne almeno3?". Lo ha fatto per tutta la vita, si é sempre accontentata, troppa poca stima di se stessa per scegliere il meglio, lo ha sempre fatto anche a livello affettivo. La sua migliore amica era la vicina di banco perché era più semplice approcciare con lei, il suo fidanzato era sempre quello che ci provava con lei, perché aveva già una piccola certezza. Lei non viveva la sua vita, viveva quella che la circostanza, il periodo, le aveva portato avanti in quel momento. Ed era arrivata al punto di non sapere più chi realmente fosse, proprio nel momento in cui stava provando a regolare i conti con la sua vita.
Fu così che Lucy decise di passare la sua
serata. A rileggere le decine di migliaia di mail che aveva scambiato con lui
negli ultimi otto mesi. Otto mesi, non un giorno o due. Mesi pieni, ricchi di
parole, discorsi, discussioni, battibecchi e momenti felici. Non aveva mai
trascorso mesi più impegnativi di quelli. A reggere una storia, seppur fondata
su basi tanto fragili e delicate, così ricca di particolari e di sentimenti
nati dal nulla. All'inizio non credeva potesse davvero scattarle qualcosa
dentro, ma non aveva minimamente calcolato che quel qualcosa potesse avere
dimensioni di quell'entità. Si chiedeva spesso come facessero a portare avanti
le proprie relazioni le sue amiche fidanzate da anni con uomini così lontani,
che vedevano così poco e che quasi erano arrivati al punto di essere più
espansivi dietro ad uno schermo piuttosto che nei momenti in cui erano insieme.
Si guardava intorno spesso, e la stragrande maggioranza di loro era davvero
felice e serena nonostante tutte le difficoltà che quotidianamente si
ritrovavano ad affrontare. Lei non ce la faceva più, non ne era più capace.
Mentiva, gli mentiva spudoratamente. Quante rinunce per poter essere il più
possibile presente con lui, quanto ci stava mettendo tutta se stessa per non
far crollare tutto. Quante occasioni sprecate, spudorati rifiuti in tutti quei
mesi. Si sentiva maledettamente maledetta, stregata, oppressa dai suoi stessi
sentimenti. Non faceva altro che chiedersi se la scelta fosse stata quella
giusta, se lei meritasse davvero questa sofferenza. La gioia di amare e la
rabbia di non poterlo avere. Troppa strada avrebbe dovuto percorrere, troppe
miglia marittime impedivano la loro quotidianità. Lui sembrava reggere ancora,
era determinato a non mollare. Ma lei, era lì, come le altre sere, in casa, a
guardarsi le mani, a vederle tremare, ad accumulare rabbia, e farla esplodere
in un pianto liberatorio ad ogni click del telefono. Lui le scriveva, lei non
voleva rispondergli, non doveva, doveva solo dimenticarlo e riuscire ad andare
avanti. Era troppo dura per lei la situazione, ma il coraggio di dirlo a lui,
beh quello non esisteva. Come avrebbe potuto dirgli che non era più il caso di
andare avanti sapendo che poi l'avrebbe perso per sempre? Lucy era tra due
fuochi, che ormai si erano incrociati fino a bruciarle tutto dentro. Era
stanca, era morta dentro, e forse anche un po'fuori. E forse, era meglio così.
- Ho passato tutta la mia vita a decidere se fosse
giusto o sbagliato mettere nero su bianco i miei pensieri e buttare giù una
storia, un racconto, qualcosa che valesse la pena di essere letto. Ho pensato
subito che iniziare a scrivere un diario fosse la cosa più sensata che potessi
fare per mettermi alla prova. Allora per prima cosa mi sono concentrata sulla
copertina; doveva essere qualcosa di bello, di colorato, essenziale ma
colorato, sì, qualcosa di particolare, che mi riuscisse ad ispirare giorno dopo
giorno, che mi incoraggiasse quotidianamente ad aprirlo e buttar giù di tutto,
dai pensieri più seri ai più stupidi. La sera, seduta sul letto, iniziando a
scrivere le prime frasi, mi sono resa conto di quanto in realtà fosse difficile
prendere un pezzo di carta e mettere a nudo tutte le proprie emozioni. Un conto
é pensarle, restare ore nel letto sotto le coperte a vedere passare avanti ai
propri occhi milioni e milioni di momenti di vita, come una vecchia pellicola,
a volte un po'sgangherata. Scrivere tutto questo é totalmente diverso. Leggi, rileggi
quelle parole, un po'te ne vergogni, un po'non ti rappresentano, un po'non ti
riconosci, un altro po'ti terrorizzano. "Davvero sono questa
persona?", "davvero ho fatto tutto ció?". Allora, dopo i primi
giorni, dopo i primi entusiasmi, dimentichi quel diario in un angolo nascosto
della libreria e non osi più prenderlo in mano, nemmeno per rileggere una sola
frase. Poi passano gli anni, la vergogna
inizia a diminuire, si cresce, si matura, si diventa più consapevoli di se
stessi e si inizia a pensare di fare un passo più grande. Se io provo vergogna
nello scrivere, sotto pseudonimo, permetto agli altri di leggere qualcosa su di
me. Pur non conoscendomi, pur sapendo che non mi conosceranno mai, sperando di
non essere riconosciuta, decido di aprire uno spazio web, un blog. Ma la paura
di essere scoperta, di essere derisa, diventa ancor più forte, e, tra una serie
infinita di sconforti e delusione verso me stessa, me ne fa abbandonare tanti
quante le volte che in quei periodi ero fortemente ispirata a scrivere. Ad ogni
ispirazione corrispondeva un blog diverso, totalmente diverso per quanto
riguardava la grafica, il titolo, le immagini usate. Tanto impegno per crearlo,
tanto impegno per riuscire a concludere qualche riga.. E poi le dita, dopo
pochi giorni, smettevano di ticchettare rumorosamente ed intensamente su quella
tastiera ormai consumata. Ed ogni giorno la fiamma, la passione per la
scrittura, si spegneva. Ecco, non é solo la volontà a spingere un uomo a
compiere un gesto, un atto, a volte é principalmente il coraggio e la forza di
mettersi in gioco. Io non ne ho avuto, o ne ho avuto troppo poco nel lasciare
che una volta tanto prevalessero le mie passioni sul pudore. Perché per me la
scrittura é un qualcosa di intimo, e si lega tanto al senso di pudore. Per me
scrivere "mentre guardo la finestra della mia camera, ogni spiraglio di
luce che l'attraversa è come vedere tr quando mi guardi", è un qualcosa
fuori dagli schemi, perché so che tu, un qualsiasi tu, leggendo, potresti
pensare di essere proprio la persona dei miei pensieri. E mi sentirei come se
ne amassi tanti di "tu", e mi sentirei un po'sporca, indecisa,
incoerente, sapendo che di te ce n'è solo ed esclusivamente uno.
M. Giacovelli
Non è che mi senta sotto certi versi
"sfidata" dalla situazione; non è che io temi questa ipotetica sfida;
non è che io non abbia la forza o il coraggio di sentirmi tanto determinata da
affrontare il delirio che si materializza intorno a me. È che so come va a
finire; se in quel giro di vite ci inserisco anche la mia, so che sarei l'ultima
ad uscirne. Perché le sfide mi piacciono, e mi piace il senso di onnipotenza,
di supremazia, di controllo, che solo la vittoria riesce a darmi. E sminuirei
tutto, sminuirei anche te, riducendoti ad un mero gioco di colpi bassi a chi
più riesce a tirare la corda senza spezzarla. Vorrei invece provare ad
avvicinarmi, munita di spago, nastro adesivo e qualsiasi cosa possa servire a
riunire i fili di quella corda che piano piano sta cedendo. E dovresti aiutarmi
anche tu, dovresti essere il primo a voler mettere le mani su quei centimetri
consumati, a stringerli, a cercare di tenerli uniti, piú di me. Invece il
lavoro sporco tocca sempre a me, cosí da poter dire, nel momento in cui le forze
mi verranno a mancare e sarò costretta a lasciare anche io quella corda così
logora, "é stata solo ed esclusivamente colpa tua".
Aveva deciso di rispolverare i ricordi
d'infanzia, le foto più che altro, seduta su un piccolo sgabello polveroso al
centro della stanza nel seminterrato della sua casa. Aveva deciso così, di
getto, di prendere quella vecchia ventiquattrore di suo padre che aveva
riempito di foto e brandelli di pagine di diario, e di provare ad immaginarsi
piccola, a 8-9 anni. Scorrevano veloci le dita tra i fogli un po' sbiaditi,
graffiandosi spesso la pelle con le carte, fino a trovare quella, lei, la foto.
La foto di una bambina un po'grassoccia, con un sorriso un po'sdentato, le
sopracciglia inarcate ed un ombra baffuta sopra le labbra. Era lei quella
bambina, era davvero lei. Inizió a ridere di gusto pensando a quanto gli anni
possano renderci diversi, non le somigliava più ora, non aveva niente di lei,
anche se avrebbe voluto conservare almeno la spensieratezza di quella bambina
tanto ingenua quanto sorridente. Quante
cotte, quante volte si era sfacciatamente avvicinata a qualche bambino durante
l'ora della ricreazione per lasciargli un foglietto per "fidanzarsi",
lasciandogli la possibilità di crociare un "sì" o un "no". Ma
dove cavolo credevi di andare conciata così, bella bimba baffuta?- disse Vic
sorridendo alla foto - ho il terrore ad avvicinarmi ad un uomo anche quando
sono tutta in tiro e tu avevi la faccia tosta di cercare fidanzati in quel
modo? Ah ah ah, ero davvero una cretina. In fondo é vero, l'ingenuità dei bambini è
davvero una cosa strana, non ci si accorge di nulla, non ci si sente mai fuori
posto, o almeno non ad 8 anni, e poi si vive il resto della vita a cercare di
essere perfetti per gli altri, mai per se stessi in realtà. Vorrei provare un
giorno a vestirmi come andava di moda a quei tempi, vorrei vedere le reazioni
della gente. O mi prenderanno per pazza, o inizieranno a seguire il mio nuovo
stile. Ormai é tutto tendenza, non ci si sconvolge più di nulla. Povera
ciambellina, se penso che qualche anno dopo sei cosi cambiata tanto da non
ritrovare più nulla di te dopo venti anni, non saresti per niente orgogliosa di
me. Le era bastato quello, le era
bastato quel brandello di ricordo per pensare a quanto la sua vita fosse molto
più bella e ricca anni addietro. Ma gli anni passano Vic, passano anche per te.
M. Giacovelli
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